sabato 24 maggio 2008

Omofobia e conseguenze psicologiche

Omosessualità
Una persona si definisce omosessuale quando prova sentimenti di innamoramento, desiderio ed attrazione erotica nei confronti di persone dello stesso sesso. Nonostante esistano svariate teorie di tipo sia biologico che psicologico, allo stato attuale non esiste ancora uno studio scientifico o un’ipotesi ufficiale che possa, con assoluta certezza, spiegare il perché una persona diventi omosessuale e perché un'altra diventi eterosessuale.

L’omosessualità non è una malattia
L’unica cosa di cui si è certi è che l’omosessualità non sia una malattia, ma semplicemente una variante normale della sessualità umana. La parola omosessualità è stata tolta definitivamente dal Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, manuale dove psicologi e psichiatri trovano le linee guida con le quali stabilire la presenza o meno di un disturbo mentale, già dal 1973. Il documento dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA), che sanciva questa modifica, dichiarava: "L'omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell'adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo". Già da molto tempo, dunque, è ingiustificato considerare l’omosessualità come una malattia. L’idea che siamo tutti eterosessuali, che è normale e sano scegliere un partner del sesso opposto (eterosessismo) e che in natura non esistano comportamenti omosessuali (“L’omosessualità
è contro natura”) è una falsa credenza. In realtà, anche nel mondo animale (criceti, porcellini d’India, topi, conigli, porcospini, capre, cavalli, maiali, leoni, pecore, scimmie, e scimpanzé) sono presenti comportamenti omosessuali.

Omofobia ed Eterosessismo
Ciò nonostante le persone comuni continuano ad avere questo pregiudizio e gli omosessuali continuano ad essere vittime di una società fortemente omofobica ed eterosessista. Il termine omofobia significa letteralmente “paura nei confronti di persone dello stesso sesso”, indica l’intolleranza e i sentimenti negativi che le persone hanno nei confronti degli omosessuali. Può manifestarsi in modi molto diversi: dalla battuta, alle offese verbali, fino a vere e proprie minacce o aggressioni fisiche. L'omofobia deriva dalla falsa credenza che siamo tutti eterosessuali e che è normale e sano scegliere un partner del sesso opposto.
La società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia ha riguardato, nel corso della storia, tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi perché ritenute minacce ai valori convenzionali. Il pregiudizio è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la diversità (gli individui omofobici, per es, spesso non conoscono la realtà omosessuale e ne hanno un’idea astratta basata sul sentito dire). Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere gli omosessuali perché è consuetudine farlo. Le credenze negative nei confronti dell’omosessualità sono così diffuse nella nostra società che gli omosessuali stessi tendono ad essere omofobici (omofobia interiorizzata).

L’omofobia interiorizzata
L’omofobia
interiorizzata indica l’insieme di sentimenti (rabbia, ansia, senso di colpa, ecc.) e atteggiamenti negativi verso caratteristiche omosessuali in se stessi e nelle altre persone. Il suo sviluppo è considerato, tuttavia, un processo normale nella vita degli omosessuali in quanto è un’inevitabile conseguenza del fatto che tutti i bambini sono esposti alle norme eterosessiste ed hanno sperimentato, nel corso della propria crescita, atteggiamenti ed emozioni negative verso la propria omosessualità.

Una crescita difficile
L’ostilità nei confronti dell’omosessualità (omofobia
) è così diffusa nella nostra società che la maggior parte dei giovani omosessuali ha avuto per genitori persone omofobiche e, nel corso della propria infanzia e adolescenza, ha frequentato insegnanti, compagni di scuola, amici di famiglia, etc., omofobici. Durante il periodo di esplorazione della propria identità, quindi, è già consapevole della mancanza di approvazione del comportamento omosessuale da parte della società e ha già appreso, dal contesto culturale, che provare sensazioni omoerotiche è meritevole di vergogna. E’ spesso inevitabile che durante l’adolescenza gli omosessuali si percepiscano come diversi e inadeguati e che molti di loro scelgano il ritiro sociale e l’isolamento. In un primo momento l’adolescente non riesce a spiegare a se stesso la propria diversità, è solo con il trascorrere del tempo che diventa consapevole di provare attrazione e sentimenti di amore nei confronti di persone dello stesso sesso. Tale consapevolezza, dal momento che vive in un contesto omofobico, può compromettere in modo serio la conduzione della vita sociale: alcuni preferiscono isolarsi e vivere la propria omosessualità nella segretezza, altri si nascondono dietro uno stile di vita convenzionale, aumentando il divario tra “identità pubblica” e “identità privata-omosessuale”. Durante l’adolescenza, tutti gli omosessuali, o quasi, temono che gli altri vengano a conoscenza del proprio orientamento sessuale e sviluppano, per questo, una maggiore attenzione nei confronti del contesto sociale di appartenenza, diventano più sensibili alle offese dei loro coetanei. Lo sviluppo di una rete di amicizie avviene molto lentamente, soprattutto a causa della paura di essere rifiutati. La paura del rifiuto fa sì che spesso molti giovani omosessuali diventino dipendenti da una piccola rete di persone ai quali hanno rivelato il loro orientamento sessuale. Così, durante l’adolescenza, si trovano a parlare di sé e dei propri problemi con poche persone e, nello stesso tempo, a nascondere la propria sessualità a tutti gli altri (inclusi genitori e fratelli). Tale situazione intensifica la percezione della loro diversità. Infine, la difficoltà di parlare con gli altri di sé favorisce nei giovani l’interiorizzazione acritica degli assunti omofobici ed eterosessisti della società, che sono causa dell’isolamento stesso.

Disturbi psicologici nell’omosessuale
Il documento dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA) dichiara "L'omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell'adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo".
Dalle ricerche scientifiche sull’argomento risulta che gli omosessuali presentano un’alta prevalenza di disturbi psichiatrici, tra cui depressione, attacchi di panico
, ansia generalizzata, tentativi di suicidio. Secondo alcuni studiosi lo stigma, il pregiudizio e la discriminazione creano un ambiente sociale così stressante da favorire lo sviluppo dei problemi psicologici. In modo più specifico, il processo di stress dipenderebbe da diversi fattori collegati tra loro: gli eventi dove si è vittima del pregiudizio (discriminazione e violenze), l’aspettativa del rifiuto da parte degli altri, il nascondersi, le strategie di fronteggiamento, la mancanza di supporto sociale e, infine, l’omofobia interiorizzata. Questa ipotesi attualmente sembra essere la teoria più appropriata per spiegare l'alta prevalenza di disturbi psichiatrici negli omosessuali.
E’ il pregiudizio e la discriminazione che ne compromette enormemente lo sviluppo individuale ed il comportamento. E’ a causa del rifiuto che la persona omosessuale, fin dall’adolescenza, sperimenta sensazioni di diversità
e di sofferenza emotiva che la spingono verso l’isolamento sociale e che le impediscono di venire allo scoperto (coming out) e di esprimersi e crescere come tutti gli altri.
Nel brano che segue, Thomas Couser (1996) descrive cosa significa essere vittima di discriminazione e violenza verbale e spiega cosa ha provato quando ha visto la sua macchina ricoperta di scritte offensive riguardanti la propria omosessualità: “La possibilità che potessi essere osservato mi rendeva paranoico. È questo ciò che significa essere omosessuale… essere costantemente infastidito da gente completamente estranea. Nel lasso di questi brevi momenti, cominciai a pensare che ci vuole una buona dose di coraggio per essere apertamente gay… come mi sentivo vulnerabile! Per alcuni giorni provai paura e shock, paura che l'incidente si potesse ripetere o che la violenza potesse aumentare. Mi sentivo violato e mi faceva rabbia la mia incapacità di reagire. Mi sentivo come fossi stato etichettato per sempre…gli stereotipi del genere e l'omofobia sminuiscono e rendono inumani tutti noi” (T. Couser, 1996, p.56).

martedì 13 maggio 2008

Principi nella pratica A.T.

a) METODO CONTRATTUALE

Se siete un paziente e io sono un’analista transazionale significa che ci assumiamo la responsabilità congiunta di raggiungere un obiettivo comune: il vostro benessere e la vostra autonomia. Significa che ci rapportiamo su un piano di parità (Io non posso "fare delle cose a voi", né voi potete aspettarvi che faccia tutto per voi), entrambi partecipiamo al processo di cambiamento, entrambi abbiamo dei compiti. Ecco perché stipuliamo un contratto: un’assunzione di responsabilità da parte di entrambi. In quanto paziente voi affermate di voler cambiare e di essere disposto ad impegnarvi per raggiungere l’obiettivo. Io, in quanto analista, in cambio del mio compenso, mi dichiaro disponibile ad usare al meglio le mie conoscenze e competenze professionali a questo fine.


b) COMUNICAZIONE APERTA

Se siete un paziente e io sono un’analista transazionale la nostra relazione è una relazione alla pari. Nel corso del nostro lavoro insieme disporrete di tutte le informazioni necessarie sui processi in atto. Userò un linguaggio chiaro e non tecnico affinchè voi possiate comprendere esattamente ciò che stiamo facendo. Vi insegnerò i concetti e gli strumenti dell’analisi transazionale in modo tale che anche voi possiate usarli.

Gli assunti filosofici dell'Analisi Transazionale

a) ognuno è Ok: la persona, in quanto tale, è degna di rispetto e accettazione. "Accetto me e riconosco il mio valore. Accetto te e riconosco il tuo valore. Può darsi che a volte non accetti quello che fai, ma accetto sempre quello che sei. Siamo sullo stesso livello. Non sono superiore a te, né tu sei superiore a me"

Questo principio invita ad avere un atteggiamento costruttivo verso se stessi e verso gli altri. Si tratta del rispetto e del riconoscimento del valore della persona nella sua essenza, indipendentemente da razza, religione, età, preferenze sessuali, risultati raggiunti nella vita etc. C’è sempre lo spazio per mettere in discussione il comportamento di una persona. Ma attenzione: Il comportamento non è mai la persona nella sua interezza. Rispettare sé e gli altri e mettersi in una relazione di parità è la posizione, l’unica, che consente la costruzione di relazioni sane e costruttive dove sia possibile affrontare i comportamenti problematici e risolverli su un piano di disponibilità reciproca. La condanna, l’attacco, la svalutazione di se stessi o degli altri invece alimentano sofferenza, difese, attacchi, competizioni, distruttività.

b) ognuno ha la capacità di pensare. Ad eccezione di chi ha avuto gravi danni cerebrali tutti abbiamo la capacità di pensare, di ragionare e valutare ciò che viviamo, di fare delle scelte rispetto alla nostra esistenza.

Questo principio ci ricorda le nostre capacità e il nostro potere nel valutare e affrontare la realtà. Noi siamo le nostre scelte. Per quanto siano forti gli inviti e le pressioni degli altri, per quanto siano drammatiche le circostanze della vita, siamo sempre noi a scegliere la posizione che assumiamo rispetto ad esse, anche se fosse solo quella di reagire o meno ad eventi per noi traumatici. E’ un principio che invita quindi a prendersi la responsabilità delle proprie scelte (e delle loro conseguenze) invece che rendersi passivi e vittime impotenti, invece di proiettare la responsabilità delle proprie sofferenze sul passato o all’esterno. E’ anche un principio che ci invita a sfruttare il nostro potere per aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi invece che per sabotarci.

c) ognuno decide il proprio destino e queste decisioni, se portano risultati negativi, possono essere cambiate.

Da bambini abbiamo elaborato delle strategie per sopravvivere in un mondo più grande di noi e per ottenere ciò che volevamo (amore e attenzione). Queste strategie si basavano sulla valutazione che abbiamo fatto delle persone e delle situazioni, vissute ed osservate, e sulle conclusione che ne abbiamo tratto. Abbiamo cominciato da subito a prendere decisioni su ciò che era giusto/sbagliato, utile/non utile essere o fare. Su queste decisioni (riguardanti noi stessi, gli altri, la vita..) abbiamo basato la nostra esistenza. Da adulti usiamo ancora quelle strategie. Alcune rimangono utili e funzionali ai nostri bisogni. Altre invece ci portano solo risultati negativi, perché sono anacronistiche, non più necessarie, non adeguate alla situazione attuale.
In terapia possiamo andare a riscoprire quelle vecchie decisioni e cambiarle. Possiamo prendere decisioni nuove rispetto a noi, agli altri e alla vita, possiamo imparare ad usare strategie diverse, nuove risorse (quelle da adulto) e ottenere finalmente la soddisfazione dei nostri bisogni.

mercoledì 7 maggio 2008

G.C. Giacobbe - Personalità Infantile e Nevrosi

Giulio Cesare Giacobbe, laurea in Filosofia in Italia e il ph.D in Psicologia negli Usa, insegna Fondamenti delle discipline psicologiche orientali presso l'Università di Genova.


In questa sorta di manuale di Psicologia evolutiva, dai toni colloquiali, scherzosi ed ironici, G. C. Giacobbe fa un’accurata analisi dello sviluppo di tre personalità (il Bambino, l’Adulto, il Genitore) che caratterizzano l’individuo e delle conseguenza del mancato compimento di tale sviluppo.
La teoria delle tre personalità di Giacobbe ricorda la terminologia di Eric Berne e della sua teoria degli Stati dell’Io ma in realtà si tratta di un’elaborazione del tutto personale.
La decennale pratica clinica dell’autore lo ha portato ad individuare nella cronicizzazione della personalità infantile la genesi delle nevrosi più diffuse. Nelle società di oggi, ricche e industrializzate, i figli non devono più lottare per la sopravvivenza, al contrario vengono iperprotetti e ostacolati nella loro crescita e autonomia. Paure, fobie, panico, ansia, depressione sono tutte manifestazioni di una personalità infantile non evoluta, sempre alla ricerca di amore, sicurezza, coccole.
Il saggio di Giacobbe fornisce al lettore indicazioni su come recuperare il proprio equilibrio usufruendo in maniera armonica delle tre personalità che la natura ci mette a disposizione : “La vita … è una sinfonia con molti toni e molti registri, ora tragica, ora comica, ora seria, ora giocosa. La persona psichicamente sana, psicologicamente evoluta, sa vivere la vita in tutti i suoi toni, in tutti i suoi registri, sapendo essere ora bambino, ora adulto ora genitore”.
Nell’ultima parte del libro, Giacobbe amplia la sua teoria introducendo una quarta personalità: la coscienza, o buddhità, stato di consapevolezza delle proprie emozioni, dei propri pensieri, dei propri atti, capacità di auto osservazione; essa non solo conclude il ciclo di strutturazione delle nostre personalità naturali ma è anche quella che ci salva dalla nevrosi e quindi dalla sofferenza. La sua grande forza risiede nel potere di dirigere consapevolmente e intenzionalmente la nostra vita.

Alla ricerca delle coccole perdute.
Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia.
Giulio Cesare Giacobbe.
Prezzo € 6,20.
Ponte alle Grazie. Anno: 2004

martedì 6 maggio 2008

Obiettivo Benessere: quando e perchè chiedere aiuto


In momenti critici della vita (fasi della crescita, cambiamenti, perdite etc.) mantenere uno stato di serenità e di benessere è più difficoltoso. A volte ci si sente, apparentemente, bloccati, in una situazione senza uscita, impotenti, soli. Altre volte il malessere è una costante, qualcosa che ci portiamo dietro da molto tempo, quasi facesse parte integrante di noi.

Se ci si trova in una situazioni di sofferenza che si fa fatica a gestire, è meglio non lasciare passare molto tempo e non minimizzare la cosa. Affrontare le situazioni prima che si aggravino consente di trovare sollievo in tempi più brevi, prima che le conseguenze e le conseguenze delle conseguenze, abbiano reso tutto più complesso.
La sofferenza è un segnale di allarme utile ad attivarci. Non trascurare i segnali di sofferenza e prendersene cura è la decisione più sana e matura che possiamo prendere se vogliamo risolvere veramente il problema.

Impegnarsi per il proprio benessere è una delle scelte che abbiamo a disposizione, l'alternativa che abbiamo alla passività e alla dipendenza (strategie che puntualmente non risolvono i nostri problemi).

Attraverso la consapevolezza dei processi che mettiamo in atto nel relazionarci con noi stessi, con gli altri e con i nostri obiettivi di vita e attraverso l’attivazione di scelte più coerenti con le nostre emozioni e con i nostri bisogni più autentici abbiamo la possibilità di realizzare e concretizzare il nostro benessere.

I corsi di formazione e crescita personale (per studenti, insegnanti, genitori, coppie etc.) sono un’occasione per accrescere l’autoconsapevolezza e per potenziare risorse personali specifiche (autostima, assertività, problem-solving, comunicazione etc.).

La consulenza psicologica (individuale, di coppia, familiare) è un percorso a breve termine finalizzato alla comprensione e gestione di momenti contingenti e definiti di sofferenza.

La psicoterapia individuale è un percorso di comprensione e cambiamento, profondo e globale, dei processi personali attraverso i quali la persona si limita e si mantiene nel disagio (di maggiore o minore entità); uno spazio dove rinnovare risorse, prospettive, scelte e dove sperimentare un ritrovato senso di controllo sulla propria esistenza.

Un primo colloquio informativo può dare tutte le informazioni necessarie a decidere se e come muoversi.



Le cose non si pensano, si fanno.

Se ti siedi ad aspettare che avvengano, non accadono